MARIO GIACOMELLI - LA COLLEZIONE DELLA CITTA’ DI LONATE DEL GARDA
A cura di Enrica Viganò
Fotografie di MARIO GIACOMELLI
18 MARZO – 30 APRILE 2017 (prorogata fino al 4 giugno 2017)
PALAZZO LEONE DA PEREGO

VIA GILARDELLI, 10 – LEGNANO (MI)

Orari visita: giovedì, venerdì 9.30-12,30 / sabato e domenica: 10.00-12,30 / 16-19 – Ingresso libero

CHIUSO DOMENICA 16 APRILE 2017 PASQUA – APERTO CON ORARIO FESTIVO IL 17 E 25 APRILE, 1 MAGGIO E 2 GIUGNO

Accesso facilitato ai diversamente abili.

 
 

Giacomelli Mario Giacomelli (Senigallia 1925-2000) è un artista che si è sempre tenuto lontano dai riflettori, ma la sua arte aveva già attraversato l’oceano nel 1963, quando il direttore del MOMA di New York, il mitico John Szarkowsky, lo consacrò tra i cento migliori fotografi del mondo.
Nonostante la fama e il successo Giacomelli ha continuato a impersonare il “fotografo della domenica”, il suo lavoro ufficiale era il tipografo. Dall’età di tredici anni fino alla sua morte ha lavorato alla Tipografia Marchigiana, dove entrò nel 1938 come garzone, per diventarne col tempo il proprietario: “Più di sessant’anni e tornerei a farlo, è un mestiere che ho fatto con amore”.
Forse è proprio a questo amore per l’inchiostro della tipografia che si possono far risalire i segni violenti che caratterizzano le sue immagini, quei neri profondi come ferite e quei bianchi bruciati all’inverosimile, in totale libertà. Perché Mario Giacomelli era oltre ogni ordine prestabilito. La sua profonda e appassionata relazione con la fotografia si è sviluppata a redini sciolte, in un’epoca in cui i circoli fotografici dominavano la scena fotografica italiana. Giacomelli non rimase fuori dal dibattito, era anzi collegato ai maggiori circoli del tempo e in contatto con una rete di fotografi e teorici che hanno fatto storia, ma la sua ricerca restò lontana dalle polemiche e il suo sguardo libero dalle frasi fatte. D’altronde il contenuto delle sue opere proveniva direttamente dalla sua anima. Egli affrontava i temi più diversi attraverso un’intensa sensibilità intrisa di vita, di inquietudine, di sofferenza e di poesia: “Tutte le mie fotografie sono come autoritratti, ho sempre fotografato i miei pensieri e con questo voglio dire le mie idee, le mie passioni, le mie paure”. Giacomelli amava la vita con tutta la sua forza, ma soffriva le pene di un mondo irrimediabilmente in degrado.
Per trasmettere il pathos dei suoi interrogativi esistenziali Giacomelli faceva uso di qualunque mezzo: libertà assoluta quindi anche nello stile. Nessun limite e nessun perbenismo, tutto era permesso: bruciava, mascherava, sfregava, forzava la luce con manipolazioni che potessero piegare la materia alle sue intenzioni. “Mi dicono spesso che le mie fotografie sono piene di errori, e invece non sanno quanta fatica mi costa fare una foto così sbagliata”.

Enrica Viganò, febbraio 2017